Talal Khrais (Assadakah Roma News) –

Il giornalista, come mediatore intellettuale tra il fatto e il lettore, continua rischiare la vita malgrado le garanzie previste dal diritto internazionale. Cresce infatti il numero dei colleghi uccisi durante il loro lavoro di ricerca della verità.

Grazie alla segretezza delle fonti, garantite dal segreto professionale, il giornalista ha la possibilità di raccogliere notizie. E questo spesso diventa un pericolo per la loro incolumità. I giornalisti continuano a morire ma i responsabili delle loro morti restano ignoti, impuniti.

In 33 anni di carriera come reporter militare ho perso 23 colleghi, in diversi conflitti. In Siria, tra il 2012 e il 2019, ho perso otto colleghi. Quattro in un solo giorno a Maaloula, in Siria nel 2014.

In Italia, il Paese che si vanta della libertà di espressione, si parla poco di questa tragedia. Sembra che la stampa italiana, e non intendo tutta la stampa, non faccia parte di questo mondo.

La libertà di stampa è un diritto che ogni Stato di diritto, assieme agli organi d’informazione (giornali, radio, televisioni, provider internet) dovrebbe garantire ai cittadini e alle loro associazioni, per assicurare l’esistenza della libertà di parola e di una stampa libera, principalmente con una serie di diritti estesi.

Il diritto di una informazione libera comprende anche coloro che fanno parte delle agenzie di stampa, alle loro pubblicazioni, e si estende al diritto all’accesso e alla raccolta d’informazioni (nonché alle procedure volte ad ottenere informazioni da comunicare al pubblico). In Italia la libertà di stampa è sancita dall’Art. 21 della Costituzione.

Dopo quasi 5 mesi, quando l’interesse internazionale è fortemente calato, l’esercito israeliano ha ammesso ciò che aveva negato con forza: lo scorso 11 maggio a Jenin, un soldato israeliano, con ogni probabilità, ha sparato e ucciso per errore la giornalista palestinese americana di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh. Allo stesso tempo, Israele afferma che «non è possibile determinare in modo inequivocabile la fonte» dei colpi e per questo la Procura militare non aprirà un’indagine penale contro il soldato.

Nel 2021, nel mondo, sono stati uccisi in totale 45 giornalisti. Lo ha reso noto l’International Federation of Journalists (IFJ), “uno dei bilanci più bassi” in assoluto.

Tuttavia, “Anche se la diminuzione nel numero delle vittime è una buona notizia, si tratta di una minima consolazione di fronte alla continua violenza”, ha affermato l’IFJ.

Lo scorso anno il Paese che ha registrato più morti, è stato l’Afghanistan con ben 9 giornalisti che hanno perso la vita. Il Messico lo segue a ruota con 8 vittime, in India 4 e in Pakistan 3. L’area più colpita è la regione dell’Asia-Pacifico, con 20 omicidi. Ce ne sono stati 10 nelle Americhe, 8 in Africa, 6 in Europa ed uno in Medio Oriente.

Gli operatori dell’informazione il più delle volte vengono uccisi per aver denunciato corruzione, criminalità e abusi di potere nelle loro comunità, città e Paesi. E mentre i rischi associati ai conflitti armati, negli ultimi anni, si sono ridotti perché un minor numero di giornalisti è stato in grado di riferire dal terreno degli scontri, continuano ad aumentare le minacce delle bande criminali e dei cartelli della droga, dalle baraccopoli in Messico alle strade delle città europee, compresi Grecia e Paesi Bassi.

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